Biblioteche che funzionano

Udine si conferma una città colta che premia i suoi servizi condividendoli con i nuovi cittadini. Lo dimostra una ricerca della Biblioteca Civica Joppi redatta dall’Ateneo udinese, presentata ieri alla stampa dal suo direttore Romano Vecchiet, alla presenza del suo vice Raffaele Gianesini, dell’assessore alla cultura Luigi Reitani e del sociologo Nicola Strizzolo. Il giudizio sui servizi offerti da chi frequenta la Joppi è per il 62,7% buono, per il 28,4% ottimo e per l’8,9% sufficiente. Oltre il 91% degli utenti quindi si dichiara soddisfatto dellaCivica. Ma, soprattutto, nessuno dà l’insufficienza ai servizi, pur tenendo presente le difficoltà di una struttura chiusa per lavori per un terzo della sua superficie. «Sono risultati brillanti – ha chiosato l’assessore Reitani – soprattutto per quanto riguarda i numeri della frequenza che pongono la Joppi ad un livello d’eccellenza, e la rende capace di intercettare le esigenze di una cittadinaza composita». Soddisfatto dei risultati anche il direttore Vecchiet: «Ci danno delle indicazioni importanti per migliorare il servizio – ha dichiarato il direttore – e stringono le relazioni fra utenza e struttura». Fra le sezioni più seguite vi è quella dei Ragazzi, il prestito interbibliotecario e le biblioteche di Circoscrizione.

«Esiste un vero e proprio microcosmo culturale rappresentato dalla biblioteca» ha dichiarato Nicola Strizzolo presentando i dati della ricerca. «Dalla rilevazione – ha continuato il sociologo – notiamo l’aumento della lettura libera e un significativo aumento di nuovi cittadini che frequentano la biblioteca». Unico neo per la Joppi l’invecchiamento della popolazione. Infatti, chi frequenta la Joppi ha un’età media di 40 anni, è prevalentemente di sesso femminile (53%) e residente a Udine. Sono casalinghe (25%) e studenti (23,5%). Il 66% degli utenti è fidelizzato, cioè frequenta la biblioteca da 4-8 anni (26%) o addirittura da 9 o più anni (40%). Fra i materiali più consultati vi sono la narrativa (53%), le discipline umanistiche (51%), il materiale musicale (27%) e cinematografico (22%). Seguono i testi scientifici (22%), economici (8%) e giuridici (5%).

Con 530mila volumi in dotazione, oltre 200mila prestiti, 230mila ingressi annuali, la Biblioteca Civica Joppi si conferma come una delle più importanti strutture regionali del settore. I tesserati della Joppi sono circa 52mila, dei quali 48mila attivi. Di questi, 12mila hanno richiesto almeno un prestito nel 2009. La biblioteca serve un’area sovracomunale ma la popolazione cittadina la sfrutta a pieno: sono oltre 34mila gli udinesi che la frequentano. Il 36% degli utenti ha tra i 40 e i 60 anni mentre il 38,6% ha tra i 19 e il 39 anni. Gli stranieri sono il 6,1% degli utenti. Il 45% va in biblioteca per coltivare passioni e interessi personali.

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Vigili che si pagano con le multe?

«Le politiche sul personale e gli incentivi sono temi delicati, credo sia necessario riflettere per capire se questi incentivi sono legati al miglioramento degli obiettivi. Guai se risultassero legati all’incentivazione delle multe da fare». Questa la sintesi del capogruppo del Pd in Consiglio Comunale Agostino Maio sull’ipotesi di destinare una quota del ricavato delle multe al fondo di produttività dei vigili urbani. «Il tema vero è proprio quello degli incentivi al personale: occorre un sistema di obiettivi di miglioramento di un servizio, individuabili e facilmente misurabili. Altrimenti si rischia il peggioramento del clima all’interno degli uffici». Ancora meno convinto il vicecapogruppo del Pd Carmelo Spiga: «Questa proposta non mi convince. La politica di questa maggioranza non dovrebbe essere l’incentivazione della punizione quanto stabilire un ciclo virtuoso di educazione e rispetto delle leggi. Non sono favorevole ad incoraggiare a perseguire. E poi la gente vorrebbe materialmente vedere i vigili nelle circoscrizioni non solo vederli a fare multe».

Qualche perplessità anche per il capogruppo di Innovare con Honsell Enrico D’Este: «I vigili devono dare multe con raziocinio. Occorre venire incontro alle esigenze degli utenti della strada che non sono solo gli automobilisti. Mi lascia perplesso la possibilità di incentivare i vigili a fare multe, è una decisione difficile da giustificare».

Dal capogruppo di Sinistra e Libertà Federico Pirone le indicazioni non sono molto diverse: «Per prima cosa bisogna ragionare con il comandante Colloredo su come portare più vigili sul territorio. Per i fondi ricavati dalle multe credo che occorra definire come dare gli incentivi interpellando anche le RSU. Al sindaco avevo già proposto di devolvere parte di questi soldi al supporto del trasporto pubblico sostenibile».

Dall’opposizione si sollevano voci decisamente contrarie: «Siamo contrari a incentivare l’uso improprio delle multe. Però i vigili devono essere messi nelle condizioni di fare bene il loro dovere. Se poi li si vuole incentivare che si privilegi l’uso dello straordinario per accontentare i cittadini che vogliono più polizia municipale sul territorio». Per Fabrizio Anzolini: «Incentivare chi lavora bene è un dovere sacrosanto. Ma su questa proposta siamo perplessi. Invece di pensare a proposte spot l’Amministrazione dovrebbe destinare più fondi per aggiustare un manto stradale che è una vergogna sotto gli occhi di tutti». Per Gianni Ortis «Dire che la copertura dell’incentivo proviene dalle infranzioni certo non induce a fare cose illegittime ma potrebbe distogliere dallo spirito collaborativo nei confronti del cittadino innescando una parabola conflittuale». Decisamente contrario anche Gianfranco Leonarduzzi dei Riformatori Liberali: «E’ un’idea folle frutto di menti perverse che vedono nel cittadino non un alleato, ma un contribuente da spremere come un limone». © Il Gazzettino

Finocchiaro porta Benni in scena

«Perchè noi siam abituati a mangiare pane e tempesta, per questo crediamo che passerà anche questa». Si conclude con queste parole Mai più soli, lo spettacolo di Stefano Benni con la regia di Cristina Pezzoli, che Angela Finocchiaro, supportata da un ottimo Daniele Trambusti, porta in scena nel circuito Ert in questi giorni. Una piéce fatta di quadri fulminei e caustici al limite dell’ustione. Oppure distesi, quasi racconto lungo, che dà la possibilità di vita a eventi, persone. La scrittura di Benni è sempre all’altezza nell’uno come nell’altro caso. Angela Finocchiaro si adatta a tutte le situazioni indugiando forse troppo, a volte, su schemi da comicità televisiva che in teatro però perde vigore. Così l’inizio con la storia di nonno stregone rimane un po’ sottotono, mentre prende vigore la narrazione della famiglia che si fa la vacanza intelligente. O ancora di più il racconto delle tipologie di Capodanno che gli esseri umani riescono a mettere in campo. Ottimo il dialogo con Daniele Trambusti, già apprezzato musicista (stava dietro la batteria dei Litfiba qualche anno fa) e anche ottimo attore. Il suo guardiano di aspirine è un monologo che inchioda alla sedia, così quanto il venditore di presepi risulta odioso e per questo ancora più riuscito. Come anticipato lo spettacolo è fatto di quadri che si susseguono rapidi. I temi sono le odissee quotidiane degli umani, le loro perversioni ideali, le debolezze e l’ignoranza universale. Tutti temi cari a Benni. Come lo è la sapienza contadina, i legami con l’originario homo emilianus che popola da sempre magnificamente i suoi racconti. E che Angela Finocchiaro fa splendidamente rivivere nel monologo finale nel quale svela al pubblico la ricetta per scappare dalla crisi mondiale. Si replica ancora stasera al Candoni di Tolmezzo. © Il Gazzettino

Chi ci prova a Sanremo?

Novecentoottantotto proposte: 469 uomini, 343 donne, 178 gruppi e 6 friulani per aggiudicarsi i sei posti disponibili alla sessantesima edizione di Sanremo, sezione Nuova Generazione. Deciderà il direttore artistico Gianmarco Mazzi, se fra questi sei ci saranno Andrea Colloredo da Pordenone, Elsa Martin da Tolmezzo, il trevisano trapiantato a Udine Filippo Franceschini, Giulia Daici da Artegna, i friulani The Casual’s o il monfalconese Erik Arnò Sabri. Qualche pronostico, contestabilissimo, è comunque possibile augurando comunque a tutti di farcela.

Un amore così di Andrea Colloredo è una canzone spregiudicatamente sanremese. Coerente nella voce, nella sua impostazione e nelle rime, ha un unico difetto: è troppo sanremese. Di questi tempi vanno di nuovo di moda gli anni Ottanta: speriamo che sia di buon auspicio per Colloredo,

A Elsa Martin va riconosciuto il coraggio della coerenza. Sanremo è l’espressione suprema dell’italianità (un po’ di borgata ma sempre di italianità si tratta). Neppure i napoletani (pur avendo poi riscosso successo discografico) hanno mai sbancato il palco dell’Ariston con una lingua che non fosse quella di Dante. Neule Scure è un brano intriso di sensazioni carniche, con forti spezie strauliniane cantate alla maniera di Marisa Scuntaro. Che i fiori sanremesi accolgano anche le stelle alpine!

Anche Filippo Franceschini attinge a piene mani agli anni Ottanta: voce, canzone e arrangiamenti ricordano la felice stagione di Garbo. Riconfermiamo l’augurio fatto ad Andrea Colloredo.

Sei nell’aria e tutto il resto è niente è il bel pezzo che una Giulia Daici già impostata per salire sul palco dell’Ariston porta a Sanremo. L’erre arrotata amplifica la sensualità della sua voce, testo e musica sono coerenti. Le sue potenzialità sono ottime, anche alla luce della sua discografia.

The Casual’s hanno una sola cosa di brutto: il nome. Per il resto sono una gran bella sorpresa. Ironie, il loro brano, anche grazie all’originale voce di Sonia Gallina, ha belle atmosfere e resta subito in mente. Il testo è diretto senza essere volgare e questo gli dà qualche punto in più.

Per finire, se non entra a Sanremo il monfalconese Erik Arnò chi ci deve andare? Giornata libera è un brano intelligente che ricorda un Max Gazzè meno intellettualoide. Erik ha un curriculum e soprattutto un profilo che farà sbavare tutte, dalle minorenni alle tardone. Insomma: prendetelo!

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Nuove strade per il Giovanni da Udine

Il Teatro Nuovo Giovanni da Udine, con in testa il suo presidente Tarcisio Mizzau, si fa promotore di una sorta di consorzio fra i quattro grandi teatri dei capoluoghi regionali. E questo per ottimizzare la programmazione ma anche, e soprattutto per trasformare il teatro del Friuli Venezia Giulia in un fronte unitario capace di proiettarsi nel cuore della Mitteleuropa. I quattro teatri rappresentati dai loro presidenti e direttori della prosa si sono incontrati ieri mattina a Udine. Per il teatrone c’erano Mizzau e Cesare Lievi, per il Rossetti di Trieste il presidente Paris Lippi con il direttore Antonio Calenda, per Gorizia il presidente Antonio Devetag e il direttore Walter Mramor e per Pordenone il presidente Claudio Cudin e il direttore Manuela Furlan.

«Questo è stato solo un primo incontro – ha dichiarato il presidente Tarcisio Mizzau -. Ma l’iniziativa è stata molto gradita e abbiamo messo sul tavolo molte idee. I primi di febbraio ci rincontreremo portando idee di collaborazione e di partecipazione a bandi europei».

Ciò che premeva oggi era mettere sul tavolo le specificità dei quattro teatri ma anche il loro ruolo all’interno dei capoluoghi in cui operano. «Una delle aree di confronto è stata quella del buon funzionamento davanti al disegno di legge sui finanziamenti regionali» ha specificato Mizzau. Ma anche «Cercare di fare massa critica per sfruttare al meglio i contributi pubblici».

Da questo tavolo di confronto non sono esclusi altri interlocutori: «Quando saremo a regime ci saranno anche altri soggetti che potranno confrontarsi su questi temi» ha dichiarato il presidente.

L’incontro è anche stata la prima occasione pubblica di Cesare Lievi, nuovo direttore della prosa: «Ovviamente Lievi oggi è stato prudente. Vuole conoscere le realtà prima di prendere iniziative. Ma ha già dimostrato grande apertura». Su quelli che saranno gli indirizzi della gestione Lievi il presidente Mizzau non dà anticipazioni (che invece saranno date dallo stesso Lievi durante il Cda di domani venerdì 8 gennaio). «Come Consiglio abbiamo presentato un piano culturale per la prosa che copre i prossimi due anni: quando si sa cosa si è e dove si vuole arrivare non credo ci possano essere timori nell’aprirsi alle collaborazioni con altre strutture» ha concluso Mizzau.

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NewOrleans, Mortegliano

Trasferire le atmosfere paludose dei paesaggi della Lousiana nel cuore della bassa friulana: questo il progetto del primo festival di jazz di New Orleans. Così New Orleans incontra Mortegliano, la rassegna di tre giorni dedicata a questa musica che conta tantissimi appassionati, è iniziata venerdì sera con l’esibizione di tre gruppi. Presentati da Lino Patruno, lo storico patron del dixie all’italiana, nell’atmosfera vagamente coloniale di Villa Mabulton, si sono esibiti The Vintage Jazz Band, Lars Edegran New Orleans Jazz Band e Rudi Balliu Society Serenaders. Il primo e l’ultimo dei gruppi, conosciutissimi a livello internazionale, composti per la maggior parte da musicisti europei (Francia e Belgio in particolare, paesi che a questa musica dedicano da sempre molta attenzione). Il gruppo di punta era invece composto da performer con in tasca il passaporto statunitense: pure il biondo corpulento Lars Edegran, nordico di nascita, si è naturalizzato diventando anche lui un figlio spirituale di Amstrong.

La serata, organizzata come una cena di gala con accompagnamento musicale, ha visto salire sul palco per primi i francesi del Vintage Jazz Band, che hanno pienamente ribadito, se ce ne fosse stato il bisogno, il naturale legame fra la Francia e New Orleans. Atmosfere gioiose, standard conosciuti ma non abusati, strumentisti di buona fattura senza però grandi escursioni: il risultato è stata un’esibizione onesta e rasserenante. Almeno fino all’arrivo di una vera e propria ispirata furia della natura: clima decisamente cambiato con l’apparizione, nel parco di una Villa Malbuton costellata di tavoli imbanditi, di Tori Robinson, che Patruno si è affrettato a ribattezzare Princess Robinson. Una vocalist dalla potenza di voce impressionante, al punto che, mentre il gruppo continuava l’esibizione da sotto il gazebo che faceva da palco, la matrona Tori girava per i tavoli cantando senza microfono coprendo, con la voce, il suono degli strumenti.

Più raffinato il suono della Lars Edegran New Orleans Jazz Band, dalle seducenti dinamiche dal forte al pianissimo risultate sempre di grande limpidezza, e animata da un paio di soggetti dalla grande personalità. Il primo da ricordare è sicuramente Evan Christopher, clarinettista virtuoso dotato di una tecnica non banale, mentre il secondo è il simpaticissimo Fred Lonzo, tanto compagnone e affabulatore prima del concerto mentre girava fra i tavoli, quanto galante intrattenitore e ottimo vocalist sul palco durante l’esibizione. Notevole una sua prolungata versione di Basin Street Blues durante la quale Lino Patruno ha imbracciato il banjo per unirsi al gruppo.

Ritorno in Europa per il finale con la Rudi Balliu Society Serenaders, gruppo capitanato dall’omonimo e gioviale clarinettista belga che ha proposto un programma più filologico.

Questa sera il festival continuerà a Mortegliano, prima in tre locali diversi a partire dalle 18.00, poi con il gran finale alle 21.00, in caso di pioggia al coperto, nel parco dell’ex Gil.

Grande Morandi

Radunato il popolo del sentimento puro ieri sera al Palasport Carnera, incurante dell’imperversare televisivo di San Remo, per inchinarsi, ossequioso, alle grazie dell’eterno ragazzo Gian(Luigi) Morandi da Monghidoro. Un composito miscuglio di genti, quasi tremila persone, che trasforma le gradinate dell’impianto sportivo dei Rizzi in una grande enciclopedia dell’umanità passata e presente.

L’emozione serpeggia prima dello spettacolo, con i vari settori che provano gli striscioni confrontandoli con quelli dei vicini, mentre i concorrenti – fratelli si scambiano da lontano i flash delle macchine fotografiche.

Inaspettato, il Giannone nazionale esce, senza preavviso, a salutare il pubblico che si scioglie immediatamente in un’ovazione alla vista dell’attesissimo beniamino. Guizzano commenti e apprezzamenti fra il pubblico femminile mentre quello maschile, forse per deformazione professionale, si ferma a soppesare col calibro l’eventuale  portata lavorativa delle mitiche manone. I commenti sono per l’eleganza del Morandi, fasciato di un completo blu di perfetta fattura, in una serica camicia bianca che ne mette in risalto il volto ancora giovane.

Insomma, nonostante le geremiadi del ragazzo di Monghidoro che, con l’età, i matrimoni, i figli e i nipoti dice di essere stato costretto ad abbandonare le attenzioni dell’altro sesso, è ancora ben capace di attirare le gelosie dei maschietti presenti. Subissati dal protagonista della serata, il partecipe pubblico femminile che per quasi tre ore ha accompagnato, con discreti urletti d’approvazione, mani battute a tempo, sottolineature d’assenso alla giacca che si toglie, la performance di Morandi.

Un concerto durato due ore e mezza suonate, nelle quali Morandi ha spaziato dall’ultimo L’Amore ci cambia la vita a un super finale fatto di intramontabili evergreen come La fisarmonica, Non son degno di te, Ritornerò. Accompagnato da due musicisti  d’eccezione come Adriano Martino, degnissimo figlio del grande Bruno alle chitarre, e da Alessandro Guis al pianoforte, e dalla particolare voce di Federica Camba.

Nel finale si riversa sotto il palco una fiumana di persone, un florilegio di capelli di tutti i colori, dal turchese della nonna al viola shocking della giovanissima,  tutte  indifferentemente accomunate nella spasmodica ricerca della mano da stringere, dello sguardo rubato.

Altezze funamboliche per Moby

mobyMoby: ramo individualista, ad altezza tutta sua, nel grande albero genealogico della musica: il concerto di apertura del Noborders music festival 2003 è stata la piena conferma di questa ipotesi. Uno spettacolo denso, energico, sicuramente illuminante sull’arte di questo schivo newyorkese salutista, che obbliga i suoi tecnici a fumare a non meno di cinquanta metri dal palco.

Sulla scena, l’esile statunitense che millanta nobili radici (il suo nomignolo gli arriva dritto dritto da nonno Hermann, si, proprio quello di Moby Dick!) è il classico antipersonaggio. Vestito sciatto (ci dica in quale discount acquista in stock le sue polo), assolutamente lontano dalla consuetudine alla palestra tutta statunitense, gentile con il suo pubblico che ringrazia in continuazione con ossequio, sempre pronto a presentare i suoi brani con la formula: “la prossima è una stupida canzone che parla di questo o di quello…”

A chi si aspettava un concerto fotocopia del cd – tante sono lo voci che girano sulla perizia musicale del buon Richard Melville Hall – l’artista newyorkese ha proposto una energica e rivitalizzante rielaborazione dei suoi brani, ispirata alla piega hard core e drum’n bass che sta prendendo la sua produzione.

E sono rimasti delusi anche quelli che pensavano, visto il brano introduttivo che ripescava il tema di 18, di ascoltare un concerto tutto dedicato all’ultima produzione di Moby: l’esibizione ha invece percorso tutta la produzione del musicista statunitense, non tralasciando coinvolgenti sconfinamenti con le citazioni di Led Zeppelin, Living Colours e altri intoccabili del rock.

Natural blues, Go e Signs of love sono stati i brani di apertura, eseguiti all’imbrunire, ad introdurre una coreografia di luci che è stata il vero spettacolo nello spettacolo.

I tanti spettatori accorsi sulla piazza di Tarvisio sono stati investiti da una potenza di suoni e luci spiazzante e coinvolgente, di qualità comunque sempre elevatissima. Nonostante le peripezie ritmiche dell’eccezionale batterista italiano, il talentuosissimo Luigi Frasetta, che ha gioiosamente duellato con un grande dj sul palco e una sventola di bassista, tale Svetlana bulgara di Sofia, il suono è sempre stato pulitissimo. Merito di una regia tecnica capace di fare miracoli e di permettersi anche di irrompere sul palco per rubare un “solo” di tastiera al fintamente interdetto Moby, evidentemente complice del siparietto.

Insomma maestria sonora, energia ritmica e belle canzoni: In my heart, Porcelain, Bodyrock, Honey, l’attesissima We are all made of stars, l’unico brano del concerto un po’ buttato là forse anche a causa della sua eccessiva esposizione al successo. Per continuare con una versione acustica di In this world che ha confermato la qualità degli inestimabili polmoni di WWWWW: una voce valorizzata più dal vivo che in studio. Chiusura con citazione a sottolineare che nella musica nulla si crea o si distrugge ma tutto si parla. Per una volta, per fortuna, non addosso.

MCR, per gli appassionati del genere

“Hai provato una mattina a bere nitroglicerina e scoppiare di salute dopo un po’” diceva un vecchio successo dei Gatti di Vicolo Miracoli. E il consiglio è stato evidentemente seguito alla lettera dai Modena City Ramblers che hanno entusiasticamente abbracciato, dopo anni di irish folk, la religione post moderna del impegnato combat folk latinoamericano.

A Festintenda, il giorno dopo la loro esibizione sul palco romano del Primo Maggio, gli MCR, acronimo dell’estenuante appellativo scelto dal polposo gruppo emiliano, hanno suonato davanti ad una folla traboccante e saltereccia.

Un concerto rigorosamente diviso in due parti, delle quali la prima dedicata alla nuova produzione, mentre la seconda, con il  discrimine di un lungo e pomposo pezzo propagandistico sulla lotta per i diritti dei popoli oppressi, più legata alla originaria produzione.

Dagli Appennini alle Ande, quindi, con un passaggio piuttosto dettagliato attraverso le sonorità del mondo celtico, o definito tale, nel quale i Modena, ormai parecchi anni fa, hanno mosso i primi passi. Allora, poiché la voce di Stefano Cisco Bellotti, nonché la sua mole, ricorda a volte quella di Guccini, a volte quella di Danilo Sacco dei Nomadi, si può dire che il concerto si sia tutto svolto fra la via Emilia e il west, considerando occidente le terre che vanno oltre Piacenza.

Caricati dalla presenza, il giorno precedente, in Piazza San Giovanni, gli MCR, come si suol dire, ci hanno dato dentro, trasmettendo immediatamente lo stimolo ballereccio ai presenti: e i tanti e tanti assiepati sotto il tendone di Chiasiellis non hanno atteso molto a lasciarsi andare. Vai allora con El Presidente, Ramblers Blues, Ebano, Stelle sul mare. E vai anche con più di qualche citazione dotta, tipo una strofa finale della Locomotiva gucciniana, o qualche ammiccamento a Manu Chao, come la lunga citazione di Mentira.

Bellotti e compagni hanno proposto quasi per intero il nuovo album Viva la vida muera la muerte, non tralasciando ambientazioni più datate, come quelle di Macondo Express, Natale a San Cristobal, Figli dell’officina.

Seconda parte dedicata all’irish folk con il quale, anche se, come più volte dichiarato, all’inizio solo in maniera amichevole, il gruppo emiliano si era confrontato fin dal 1991. Saranno i tempi salterini o i flautini che fanno tanto terza classe del Titanic, ma a quel punto scatta la danza forsennata e tutti si lanciano in girotondi e giravolte al ritmo della musica di San Patrizio. Sonorità che sinceramente si addicono molto a questo gruppo di artigiani dell’arte musicale, capaci di stare sul palco senza esagerare in protagonismo nonostante la consolidata fama.

Unica cosa riuscita a metà, prima di una lunga tornata di bis fra i quali ricordare la proposta dell’inflazionata O bella ciao,  la versione primaverile di uno dei pezzi più tragici e taglienti di Maestro De Andrè, ovvero quel Testamento di Tito che, ma è parer nostro, non andrebbe confuso con le facilonerie dello spagnolo francesizzato ex leader della Mano Negra.

Il maestro Mario Monicelli

monicelli-a-veneziaÈ un timore reverenziale quello che coglie avvicinando Mario Monicelli, figura sacra del cinema e della cultura italiana, in Friuli in questi giorni come protagonista di un documentario che ripercorre i luoghi di uno dei suoi film più conosciuti, La grande guerra. Invece il grande regista è una persona affabile, cordiale, disponibile a scambiare quattro chiacchere nonostante la cena incombente e la lunga giornata di lavoro.

Sono passati quarantacinque anni da quei giorni, ma il maestro ricorda ancora luoghi, ambientazioni e persone. Con Mario Garbuglia, scenografo del film che lanciò consacrò la coppia Alberto Sordi e Vittorio Gassman, Monicelli percorre con passo saldo e instancabile Venzone, Gemona, gli isolotti della laguna di Marano, sui quali nel 1984 girò anche Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Viene subito da chiedere all’uomo Monicelli come trova questo Friuli.

Vede, ci sono stato più volte in questa terra. Quando abbiamo girato La grande guerra, poi subito dopo il terremoto e alcune altre volte oltre a questi giorni. Effettivamente ho delle cose da dire. Nel ’59 erano paesi ancora poveri, con un passato di miseria da scontare. Ma avevano una loro dignità, forte, decisa. Un carattere ammirevole.

Mi pare che oggi non lei non sia stato colpito dalla stessa impressione

No, è vero. Devo dire che tutto quello che è stato fatto per rimettere in piedi questa regione dopo il terremoto è stato veramente notevole. Venzone è un gioiello, Gemona è interamente ricostruita. Ma quello che percepisco è che la gente si sia ritirata, sia silenziosa.

Quarant’anni fa c’era più allegria?

Non è solo questione di allegria: c’era più vitalità, voglia di fare, di collaborare, di costruire. Una cosa che fino a poco dopo il terremoto è rimasta percepibile in chi frequentava la vostra gente. Oggi sento tanto silenzio, poca vitalità. Forse avete ricostruito troppo bene le case e meno bene le persone.

Queste persone mi pare che però la riconoscano ancora in questi giorni

O certo, mi riconoscono e io riconosco loro: questa esperienza è davvero divertente. Mi piace ritornare qui, litigare con Garbuglia sui luoghi. Proprio oggi, durante i sopralluoghi, abbiamo discusso a lungo su un cortile che per me era quello nel quale, nel film, la prostituta adescava i soldati. È intervenuto anche Carlo Gabarscek ma ognuno è rimasto della sua. E poi le persone: ma sa che ho riconosciuto la persona che fece la comparsa prestando il suo volto al personaggio della spia che veniva fucilata?

A distanza di così tanti anni?

Mi è venuto vicino e gli ho detto: ma tu sei quello che facevi la spia! E lui ci ha portato sui luoghi nei quali abbiamo girato le scene: si ricordava tutto. Ha rifatto completamente la scena, gli era rimasta impressa nella mente in modo indelebile. Ha persino interpretato il momento in cui veniva fucilato senza sbagliare una movenza.

Ma se i luoghi sono quasi gli stessi qualcuno, fra i protagonisti manca.

Si mancano loro, Vittorio e Alberto. E mancano come manca Marcello Mastroianni e tanti altri. È normale che sia così.

Ricordando il cinema del passato che cosa può dire del cinema di oggi?

Ma non sono poi così pessimista. Per prima cosa la gente è tornata nelle sale: cosa che qualche anno fa sembrava impensabile. E la presenza del pubblico è fondamentale per far vivere il cinema. E poi secondo me il cinema italiano sta dimostrando di avere dei numeri da spendere. Soprattutto perché, finalmente ha abbandonato l’individualismo sfrenato.

Cioè si torna a parlare dei problemi della gente.

Ma si, finalmente è finita l’epoca del  ragionare ad ogni costo sui problemi del singolo. Il cinema ha ripreso il suo ruolo sociale, parla del reale, dei problemi del quotidiano facendoli diventare motivo di riflessione comune. Questo è molto importante e ci sono registi che lo stanno facendo bene: come Soldini, Muccino, Calopresti, Virzì, Giordana. Accanto allo loro bravura occorre ricordare che c’è, finalmente, anche una nuova generazione di scrittori per il cinema e per il teatro e questo è il motivo per cui torniamo a vedere film di valore.