L’infinto suono della Kocani

Per una volta occorre iniziare il racconto dalla fine, da quando la banda ha fatto finta di finire il suo concerto ed è scesa dal palco, sostandovi sotto solo un attimo. Il tempo di prendere la rincorsa e gettarsi a capofitto verso la spiaggia, novelli pifferai magici che si sono portati dietro una fitta schiera di uomini e donne assatanati di tempi dispari e cromatismi sonori.

Oppure occorrerebbe iniziare la storia del concerto della Kočani Orkestar dal momento in cui l’Assessore alle politiche giovanili della Provincia di Gorizia Silvano Buttignon, ha “girato” al gruppo macedone la medaglia d’argento che il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha concesso, per meriti artistici, a Onde Mediterranee.

Certo, perché di meriti artistici la Kočani ne ha tanti. Per il primo il fatto di essere l’unico fenomeno culturale tradizionale al mondo che, venuto a contatto con una cultura dominante, ha saputo, all’opposto di quanto normalmente accade, colonizzarla contaminando il mondo occidentale. Così, se oggi un po’ di balcani albergano in ognuno di noi, è giusto riconoscerne il merito anche a questo gruppo musicale, alla sua coerenza, al suo sapersi riconoscere come figlio di una tradizione che, adesso che tutti la vogliono imitare, si fa solo un po’ meno ostica, ma mantiene inalterati i suoi tratti somatici.

Ciò che rattrista è che per sgrezzare un po’ le orecchie intorpidite dal clavicembalo ben temperato di noi continentali c’è voluta una lurida guerra e la sua denuncia, accorata e terribile, fatta da Emir Kusturica.

Insomma di questo favoloso gruppo di eccezionali e spericolati musicisti c’è, per assurdo, poco da raccontare. Occorre forse dire che chiunque voglia sentire cosa può realmente fare una tromba, una fisarmonica, un clarinetto, un sax, deve solo sedersi davanti al palco e ascoltare la Kočani?

Oppure occorre affermare che questi musicisti sono eccezionali nel proporre la tradizione e il contrario di essa, nel sapersi prendere in giro e prendere in giro il pubblico che prende per oro colato un pezzo demenziale come Red Bul?

Nella terza serata di Onde Mediterranee a Marina Julia i maestri del balcanismo si sono divertiti più del loro pubblico su quello stesso palco che nelle sere precedenti era davvero sembrato inadeguato ad ospitare una qualsiasi forma di espressione artistica, vista la contiguità maleducata di spine di birra, friggitrici e piastre che scottavano svogliatamente homelettes per tutta la sera.

Hanno spaziato, girovagando come vispe terese, dentro il repertorio tradizionale e i brani resi ormai famosi dalle pellicole di zio Emir: un’ovazione ripetuta alle prime note di Mesecina, di Ederlezi, di Čaj Šukarje, di Siki siki Baba. E anche di Kalashnikov suonata sulla spiaggia con la gente che li stringeva in un abbraccio interminabile. Lo stesso che dieci anni fa, quando Vukovar assomigliava più ad una fetta di Emmental che ad una città di gente civile per esempio, non avrebbe nemmeno saputo a chi dare (anche se la Kočani già c’era).

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