Kocani, quelli veri (?)

La prima cosa che salta agli occhi entrando nell’ex Gil di Mortegliano martedì sera, per un ultimo di carnevale insolito, è la locandina del gruppo che suona: il re dei balcani, Naat Veliov, con gli originali Kocani Orkestar. Che Naat Veliov sia il principe indiscusso delle cornette balcaniche, devoto ai tempi dispari e al blues, è indiscutibile. E martedì sera ha dato piena conferma del vezzo un po’ esibizionista, ma veritiero, del titolo che si è autoattribuito. Che poi i suoi siano, come anche recita la scritta sul fiammante pulmino targato MK che li scorrazza per l’Europa, i veri Kocani, è un teorema del quale non è facile venire a capo.

S’insinua il dubbio che di Kocani in giro per i palchi del Vecchio Continente ce ne siano a bizzeffe, e tutti pronti a rubarsi applausi e fama. In effetti i cappelli e le camicie schierate sul palco cementifero del Centro Civico sono completamente diversi da quelli visti altre volte. La composizione degli strumenti è diversa, anche se la disposizione sul palco è la stessa. Percussioni a destra e trombe a sinistra, con un possente Basso Tuba a dominare la posizione centrale. Quindi sono loro o non sono loro? Sinceramente dalle prime note in poi – quasi due ore di concerto senza l’alternativa di un po’ respiro, presentando solo un brano (una divina di Alturas degli Inti Illimani lanciata anonimamente come un gipsy mambo)- la risposta che sorge spontanea è: ma chi se ne importa. Il concetto espresso dal maestro Naat Veliov, dal fratello Orhan Veliov, dal loro imponente padre Hikmet, da Dalkran Asmetov, Elsan Ismailov, Redzaim Jusenov e da Ali Memedovski (almeno uno che non finisca in –ov!) è che la loro non è solo un’identità musicale ma una filosofia di vita.

Fare la lista dei brani suonati durante il concerto è sicuramente problematico: sul taccuino si sono allineati tredici brani compresi i bis. Ma sono riferimenti poco credibili: perché ogni singola canzone finiva e ricominciava altre tre volte, inframezzandosi ad un’improvvisazione che poi diventava citazione di un altro brano, che poi riconfluiva di nuovo nel primo. Insomma un unico percorso sonoro senza soluzione di continuità nel quale spicca Orient Ex-Ju, una discreta e malinconica Ederlezi e, appunto, Alturas. Il resto è Kocani: ovvero tutto quanto fa balcanico, terzinato, in levare e, soprattutto, in tempo dispari.

Forse è un caso, ma Naat e compari usano i tempi dispari per far ballare il pubblico e i tempi pari per immalinconirli. Altra faccia, questa, della loro intensa e sfuggevole filosofia di vita. Che si completa con il “ladrocinio” della musica “degli altri” per trasformarla nella loro. Il fenomeno Kocani è una risposta, efficace, al livellamento triturante imposto dalla globalizzazione. Una risposta positiva che prende la musica del mondo, la frulla, la rende dispari e stimolante, per restituirla con nuova identità ballabile. A questo proposito, fra i presenti, qualcuno ha giurato di aver riconosciuto un refrain battistiano, trasformato in sette/ottavi sfrenato: ed era proprio la morte sua.

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