Il celebre quartetto d’archi Kronos Quartet in passato ci aveva abituati a leggere il tempo nel modo più consono alla modernità: per primi avevano fatto in modo che anche il grande pubblico potesse addentrarsi nella musica colta, sperimentando emozioni che hanno bisogno di concentrazione e grande preparazione per essere vissute.
I Kronos sono tornati in concerto, dopo undici anni, nel Teatro Comunale di Monfalcone, ospiti d’avanguardia della rassegna musicale del teatro isontino.
E c’era attesa per questo ritorno, perché i loro oltre trent’anni di ricerca hanno lasciato il segno sul timpano e sul cuore di molti.
Formazione rinnovata per la violoncellista, con Jennifer Culp al posto della eterea ma incisiva Joan Jeanrenaud, mentre gli altri componenti sono rimasti gli storici fondatori: David Harrington al violino, John Sherba al secondo violino e Hank Dutt alla viola.
I percorsi sonori ai quali ci hanno abituati i Kronos prevedono un tuffo nella rivisitazione del commerciale e poi delle lunghe esplorazioni nella musica contemporanea. E così è stato anche per il concerto monfalconese percorrendo le musiche dei Sigur Ròs, diafano gruppo islandese che racconta di panorami casalinghi con atmosfere rarefatte. Poi l’incatalogabile jazz di Charlie Mingus, per scendere in seguito fra i compositori contemporanei con Osvaldo Golijov, Gètatchèw Mèkurja, e Felipe Pèrez Santiago. Tutto questo per la prima parte, mentre la seconda tranche di concerto è stata riempita dalle sonorità del compositore russo Alfred Schnittke e dall’immancabile fraterno amico dei Kronos, Steve Reich.
Un panorama vasto e vario come si può vedere, ma che ha convinto solo in parte il pubblico di Monfalcone, dividendo la platea in infervorati entusiasti e tiepidi scettici.
Il grande utilizzo del glissato e di un’effettistica elettronica portata all’estremo ha forse dato maggiore spessore a Flugufrelsarinn dei Sigur Ròs, così come ha determinato la riuscita di Camposanto del compositore sudamericano Santiago, nella quale il gioco delle parti era sostenuto da una riscrittura di citazioni classiche immerse in una serie di deviazioni di carattere contemporaneo.
Sinceramente poco coinvolgenti gli arrangiamenti di Mingus, e di Golijov, nei quali addirittura parti della scrittura erano talmente troppo simili da non far distinguere l’atmosfera del primo brano dal secondo. In tutto questo il violoncello di Jennifer Culp non riesce ad avere il fascino, la vellutata decisione e la maestria che caratterizzavano lo strumento della Jeanrenaud.
La sensazione di incompiutezza l’ha trasmessa anche il brano del compositore etiope Mèkurya, nel quale non si è capito bene se ad essere troppo semplice fosse la scrittura originaria o l’ambientazione che all’arrangiamento è stata data.
Seconda parte dedicata al Quartetto n. 3 di Schnittke, nel quale traspariva una coralità classica densa di inserti novecenteschi, mentre per il Triple Quartet di Reich i Kronos hanno dialogato a lungo con le basi preregistrate proponendo finalmente il suono che li contraddistingue.
