La ballata di Franz

Il ventre prominente, il corpo grossolano, l’andatura caracollante di Franz Biberkopf rappresentano il teorema di una condizione umana nella quale miseria morale e fato si stringono la mano a santificare un inguaribile nichilismo. Un gorgo nel quale scendere muti, nel quale anche l’autore si fa trascinare coronando così l’estenuante ma coinvolgente collezione di pagine che compone l’epopea del romanzo Berlin AlexanderPlatz di Alfred Döblin.

A questo testo fondamentale del primo Novecento europeo, Franco Brambilla si è ispirato per creare una pièce, La ballata di Franz presentata lunedì sera nell’ambito del Mittelfest nel Teatro Ristori di Cividale, nella quale, anche se con un minutaggio che alla fine corroborava il senso di claustrofobia tipico del romanzo, è riuscito a contenere le oltre 500 pagine dell’autore tedesco.

Operazione non facile quella di costringere le lunghe disavventure, il lungo viaggio verso il centro di una terra maledetta, che il protagonista del romanzo, Franz Biberkopf appunto, compie in una Berlino sotterranea e malfamata.

Le coloriture angoscianti, le tinte fosche delle ambientazioni che il medico e psichiatra Alfred Döblin, appassionato studioso di Schopenauer e Nietzsche ha saputo dare al suo romanzo, si sono trasformate sulla scena in una scenografia scarna e modulare, ferro e graffiti, freddezza e indifferente anonimia.

Poiché di ballata si parla nel titolo, è chiaro che tutto il lavoro prodotto dalla Corte Ospitale è debitrice delle ambientazioni sonore di Alfredo Lacosegliaz, a partire dalle canzoni un po’ Kurt Weill un po’ cantata contemporanea, che introducono e tirano le fila di senso di ogni capitolo.

Le musiche di Lacosegliaz si integrano perfettamente a volte, come nella lunga e riuscita sequenza iniziale, con l’azione scenica. Altre volte, ma forse è una scelta voluta, indugiano su sonorità talmente sintetiche da diventare irritanti, contribuendo a trasferire un notevole senso di disagio allo spettatore già inglobato nella poco felice storia di Franz.

A questo proposito, come già detto, è interessante il lavoro di Brambilla sul testo: trova lo spazio per dipingere la psicologia dei singoli personaggi e per raccontarne le lunghe disavventure, attraverso artifizi narrativi che affidano più ruoli agli stessi attori. Si rischia a volte la confusinoe proprio per questa molteplicità di ruoli, per questo scambio continuo delle parti, e per l’assenza, a parte un manichino intabarrato seduto di schiena al pubblico che a volte compare, del personaggio principale. Il profilo del protagonista dello spettacolo, Franz Biberkopf, è disegnato dalle azioni e dal racconto degli altri personaggi, che costruiscono un’assenza molto presente sulla scena. Ne risulta una circolarità autoreferenziale, un continuo ritornare all’origine, uno sbattere i denti contro il reale che trasmette poca gioia di vivere e un ambiente plumbeo e nichilista.

Il tutto diventa parabola di un vivere quotidiano senza regole e senza certezze assolutamente applicabile ai tempi moderni. Per questo sono pienamente riuscite le scene e i costumi di Andrea Stanisci, dove la ferrosa componibilità delle scene rappresenta un mondo malato di ebete serialità senz’anima che fa rassomigliare ogni luogo al suo doppio, mentre i costumi portano lo spettatore a cogliere il ponte tra il passato scritto del romanzo e il testo parlato della sua rappresentazione. In un contesto che rimane comunque pensantemente buio, ossessivamente fangoso, nonostante la pulizia degli elementi, rispettando a pieno le ambientazioni dell’autore originario del romanzo. Indelebile nella memoria dello spettatore la scena ambientata dentro il macello di Berlino, che raggiunge, a tratti, una visionarietà epica.

Unica nota di luce il disvelamento della presenza di due angeli, Terach e Saruch, che, per quasi tutto il peregrinare nella mala sorte dell’assente protagonista, accompagnano Franz Biberkopf verso una fine annunciata, dalla quale, comunque, i canoni del libero arbitrio non possono salvare.

You must be logged in to post a comment.