“Attenzione! Laibach, lo spettro che dal 1980 si aggira per l’Europa è tornato per interrogarsi ancora”. Così si apre, sul loro sito internet, la presentazione del nuovo lavoro della band slovena. Quindi, un nuovo cd, intitolato Wat e pubblicato dalla Mute di Londra, per la società unica a nome collettivo che porta in giro da oltre vent’anni il nome con il quale i nazisti occupanti la Slovenia chiamavano Ljubljana.
Impegnati in un lunghissimo tour europeo i Laibach hanno scelto solo due località per presentare in Italia la loro nuova produzione: Roma e Marcon, in comune di Venezia dove li ha accolti il Magic Bus, locale abituato a proporre appuntamenti di qualità.
Un fulmineo sguardo al palco prima del concerto ha messo, però, in rilievo la grande contraddizione della proposta del gruppo sloveno: la necessità, poiché il loro è più un evento teatrale che un concerto, di esibirsi in un luogo degnamente evocativo. E, senza nulla togliere all’ottima acustica del Magic Bus e al suo originale allestimento, i grandi stendardi nero crociati dei Laibach stridevano non poco con l’ambientazione del locale calata nelle suggestioni scenografiche del Mars Attack di Tim Burton.
Stridore ancora più evidente quando il gruppo si è presentato sul palco con una divisa ispirata a quella delle truppe d’occupazione tedesche, con il cantante (il suo nome, come quello degli altri musicisti è sconosciuto: quando parlano, anche nelle interviste, Laibach usano sempre la terza persona plurale) che, come ai tempi di Rekapitulacija, ha rivestito i vecchi panni dell’iconografia realfasciosocialista a loro tanto cara.
Così l’ingresso di due splendide tamburine, con tanto di fez in testa bardato di teschio con tibie incrociate stivaloni neri e pantaloni alla zuava, invece di amplificare il senso della spettralità e la contraddittoria spinta alla riflessione, ha confermato la sensazione di operetta d’avanspettacolo che il tutto aveva preso.
Insomma più che di uno spettro che gira per l’Europa i Laibach, visti così, sono diventati lo spettro di sé stessi. Ed è un vero peccato perché, nonostante la difficile digeribilità della loro presentazione che obbliga a riflessioni piuttosto accese, nella loro storia musicale avevano proposto un nuovo genere decisamente coinvolgente. Un sound tecno che, affiancato da una teatralità estrema, trasformava in colata lavica, anche la più melodiosa canzone dei Beatles.
Il sound dei Laibach c’è ancora anche nel recente Wat, presentato per intero, nel concerto veneziano, con momenti di eccellenza come in Ende, Achtung!, B Mashina e nei loro Satanic Versus. Il gruppo, fermo restando l’utilizzo costante delle basi, adesso si è dotato di validi musicisti che suonano e con grande tiro. Però, dopo averli amati per aver aperto una libera ambasciata delle arti a Sarajevo ben prima dell’arrivo dell’Onu, e dopo averli sentiti dire, a Slovenia indipendente, “il nostro compito è finito”, sentirli suonare Tanz Mit Laibach, con frivolo spirito anarconichilista ha messo, personalmente, un po’ di tristezza.
