Viaggio alla ricerca delle fondamenta metalliche della musica quello che, venerdì sera, lo 041 di Marghera ha proposto ai tanti appassionati della chitarra pesante. Sul palco il gruppo simbolo del metal non convenzionale, a partire dal colore della pelle dei suoi componenti, i nerissimi afromericani Living Color, impegnati in un lungo tour mondiale.
Questo gruppo ha segnato, già al suo apparire a metà degli anni Ottanta, un’alternativa impegnata nel panorama dello scuotimento percussivo e distorto del metal. Sia per i contenuti dei testi, più politicizzati e in linea con l’ambiente emarginato nel quale venivano concepiti, sia per le soluzioni ritmiche e melodiche più creative e mai banali, che hanno da sempre caratterizzato il sound Living.
La novità del momento è che, dopo alcuni anni di silenzio e lontananza Corey Glover, voce del gruppo, e compagnia hanno rimesso in movimento la loro voglia di suonare e produrre musica insieme. Con il risultato, appunto, di un tour che è specchio della carriera del gruppo, senza privilegiare alcune parti a scapito di altre, per quanto riguarda la proposta musicale. Scelta felice questa, anche perché i brani che convincono meno sono proprio i più recenti. Fra questi In your name, A ? of when, Operation: mind c. Mentre con Flying si sconfina addirittura in un soul funky piuttosto inusuale da sentir arrivare dai palchi animati da Glover, Reid e Wimbish.
La parte iniziale del concerto, forse per il repertorio, quello nuovo appunto, è stata un po’ in salta, e i nostri beniamini sono sembrati un po’ imbolsiti. A risvegliare loro e il pubblico l’esecuzione dei grandi successi dei Living Colour: Leave it alone, un’infinita e indimenticabile versione di BI, This little pig, e una forse non riuscitissima ma sempre incisiva Go away.
Momento topico della serata è stata l’esibizione solistica, quasi un concerto nel concerto, di Doug Wimbish strumentista che definire un bassista è piuttosto riduttivo. In una versione di almeno quindici minuti di Terror ha a dir poco stupito e trascinato la platea proponendo con il suo basso cose inenarrabili. Con l’ausilio di una pedaliera lunga come la scalinata imperiale della Reggia di Caserta ha fatto, da solo, basso chitarra, percussioni, sintetizzatore e rumori vari. Non dimenticandosi di cantare, anche improvvisando, e di intrattenere il pubblico. A dargli man forte per la seconda parte dell’esibizione, la chitarra di Vernon Reid e la sua versione di 7 NTN army. Il tutto con un finale gridato all’insegna dell’abiura della violenza e della richiesta di pace e amore per tutti.
Con Corey Glover di nuovo sul palco c’è stato un altro momento di lunga parentesi sonora, questa volta dedicato ad una specie di metal reggae nel quale i Living si sono lanciati nella loro personale versione di Isrealites.
Concerto a livelli cosmici, quindi, e finalmente anche l’altero Corey, su Times up e su Love Rears proposto come ultimo bis, si lanciava all’assalto del pubblico scavalcando casse e security, circondato da un alone sonoro che era vera e propria valanga.
