Love: immutati dopo decenni

Grande attenzione all’effetto basetta incontrollata venerdì sera al Velvet di Aviano, per una serata all’insegna delle grandi celebrazioni. Arthur Lee, nume tutelare di una certa psicadelia che ha imperversato lungo gli anni ’60 e ’70, si è ripresentato sul palco con i suoi Love, calorosamente accolto da un pubblico trasversale.

Dai giovanissimi con occhialino tondo, improbabile camicia stordente alla vista, al normalissimo popolo dei concerti per arrivare al professionista in età matura con giubbino di renna e tanta voglia di risentirsi di nuovo a casa.

Ancora una volta il rock club della pedemontana pordenonese coglie nel segno esaudendo i desideri dei suoi affezionati frequentatori.

Nella lunga tournèe tra Stati Uniti ed Europa, Arthur Lee sale sul palco con una band d’eccezione: David “Daddyo” Green alla batteria, Dave Chapple al basso, Rusty Squeezebox alla chitarra ritmica e il grande Mike “Baby-Bath” Randle, mellifluo viaggiatore solista di manici chitarristici. Una band questa che accompagna Lee ormai da tempo, prendendosi anche spazi solistici, come appunto ha recentemente fatto Mike Rande con il suo riuscito cd Barstool Blues.

Tornando al Velvet, comunque, occorre dire che il signor Lee porta splendidamente i suoi tanti anni e il sicuro peso di centinaia di concerti: sale sul palco con gli ormai immancabili occhialini neri, bandana d’ordinanza sulla quale troneggia una specie di cilindro.

Il feeling con il pubblico è palpabile fin dall’inizio: un botta e risposta che continua per tutta l’esibizione con l’evidenziazione dei brani più conosciuti già dalle loro prime note. E Lee si diverte un sacco a cantare, anche perché la voce regge ancora bene ed è uno spettacolo sentirlo passare dai toni suadenti, alla ruggine blues, per poi riscaldarsi col soul.

Insomma il tempo non sembra essersi fermato da quel 1966 (… beh! Insomma fan trentottoanni: una vita) che vide l’apparizione del primo album intitolato semplicemente Love, proprio come il gruppo che lo proponeva.

E, da quel mitico reperto degli anni che furono, Lee ha proposto le invariabili My little red book e Can’t explain. Rinnovate forse nella forza esecutiva, ma poeticamente identiche all’originale.

Dopo tutto avendo accanto sul palco musicisti del calibro di Randle è facile non scivolare nel patetico: le “schitarrate” del buon Mike imprimono una forza esplosiva ai brani. Forza assecondata dagli altri componenti della band e accolta con sorrisi di compiacimento da parte di Arthur l’immortale.

Old man, brano tolto da Forever Changes del 1969 è stata forse l’apoteosi dal punto di vista esecutivo: sia per gli arrangiamenti, che per la voce del primo produttore di Jimi Hendrix, suo pari per quanto riguarda genio e sregolatezza.

Alla fine, un solo bis, e l’assalto incondizionato dei fans ai camerini, davanti ai quali hanno stazionato a lungo decisi a non andarsene senza prima essere riusciti a farsi firmare un qualsiasi cimelio d’epoca immancabilmente originale: copertine di dischi, magliette e persino una chitarra classe ’60 o giù di lì fra gli oggetti più gettonati.

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