Lo sguardo sull’altro, l’attenzione, l’apertura. Ma anche e soprattutto l’azione, meglio se ancora la collaborazione, per fare del rapporto con l’altro qualcosa di costruttivo.
Ecco ciò che spinge Marco Iob, gemonese poco più che quarantenne, direttore di un ente di Formazione professionale specializzato nell’agricoltura, ad occuparsi di rapporti tra il nord e il sud del mondo. Laureato in agraria, presidente del Cevi, il Centro di Volontariato Internazionale per la Cooperazione allo sviluppo, presta la sua opera per contribuire all’avvicinamento dei due poli del globo.
Dottor Iob, era il 1992 quando per la prima volta ha messo piede in Brasile.
Sì, come volontario internazionale sono rimasto in Brasile per tre anni nello stato del Minas Gerais, gestendo un progetto di sviluppo agricolo che, da una parte, offriva alle comunità rurali il supporto tecnico per il miglioramento delle tecniche di coltivazione. Dall’altro si occupava della difesa dei diritti dei lavoratori e del supporto del sindacato dei lavoratori rurali.
Interveniva direttamente sulla realtà locale quindi.
Con i coltivatori abbiamo realizzato delle “terre comunitarie”, cioè territori nei quali la terra veniva coltivata dalla comunità, sperimentando tecniche compatibili con le conoscenze e le tradizioni delle popolazioni native e con l’ambiente.
Cosa che mi pare oggi continui in modo ancor più concreto
Oggi i coltivatori del Minas Gerais si sono specializzati: è impensabile, infatti, competere con le aziende dei grandi produttori terrieri. Producono miele, frutta secca, zucchero: prodotti per i quali si è disposti a pagare qualcosa di più, conoscendone la qualità della produzione.
Anche i piccoli coltivatori del Minas Gerais possono arrivare al mercato vendendo in modo dignitoso i loro prodotti.
I prezzi dei mercati delle città brasiliane sono uguali a quelli internazionali. Un piccolo coltivatore, senza sussidi, non riuscirebbe sopravvivere. Imparando a specializzarsi può ambire a quel plus valore che gli permette di mangiare e di migliorare.
Il ruolo del Cevi oggi qual è?
Siamo occupati su più fronti, in Africa e in America del Sud.
Per esempio, in Brasile con il sindacato dei coltivatori del Minas Gerais e con il DED, un’organizzazione di volontariato tedesca, abbiamo fondato un centro per l’agricoltura sostenibile che supporta gli agricoltori e le loro organizzazioni nel reperimento di forme di agricoltura e attività di trasformazione e commercializzazione adatte alla loro realtà.
Ciò significa che l’apporto dei coltivatori locali è determinante.
La nostra è sempre una gestione collaborativa e partecipata. Sono i coltivatori locali a definire le priorità. Noi ci occupiamo della sensibilizzazione sia nel sud che al nord del mondo.
Ecco, appunto, il vostro lavoro di sensibilizzazione racchiude anche la vostra filosofia.
Il rapporto tra nord e sud è per noi un rapporto di partenariato nel quale si affronta insieme un percorso con pari dignità. Si realizzano insieme le attività e ci si confronta sui risultati con l’obiettivo della ricerca di uno sviluppo equo e sostenibile. Occorre far evolvere la voglia di fare qualcosa passando dalla filantropia al perseguimento di un obiettivo che ci riguarda tutti, come nel caso dell’acqua.
Un’azione che vi vede molto impegnati.
Ci coinvolge al nord e al sud. In Friuli lavoriamo sulla sensibilizzazione in oltre 80 scuole. Nel sud del mondo, in collegamento con realtà locali, svolgiamo attività di sensibilizzazione e azioni concrete di protezione delle sorgenti, rimboschimenti, costruzioni di serbatoi a uso familiare o comunitario.
Il tutto con un’idea precisa
L’accesso all’acqua è un diritto. Occorre diffondere un suo uso sempre più partecipato, evitando di pensare all’acqua come ad un bene economico. Perché questo instaura delle relazioni che diventano necessariamente conflittuali e quindi sbilanciate a favore di chi ha maggiore potere economico.
Concetti che hanno contribuito ad ispirare la “Carta dell’acqua” adottata dalla Regione Friuli Venezia Giulia.
Il progetto della Regione è valido e ambizioso. Occorre adesso avviare delle pratiche che adottino in pieno le enunciazioni fatte. Altrimenti anche la migliore dichiarazione rimane lettera morta.
