Il maestro Mario Monicelli

monicelli-a-veneziaÈ un timore reverenziale quello che coglie avvicinando Mario Monicelli, figura sacra del cinema e della cultura italiana, in Friuli in questi giorni come protagonista di un documentario che ripercorre i luoghi di uno dei suoi film più conosciuti, La grande guerra. Invece il grande regista è una persona affabile, cordiale, disponibile a scambiare quattro chiacchere nonostante la cena incombente e la lunga giornata di lavoro.

Sono passati quarantacinque anni da quei giorni, ma il maestro ricorda ancora luoghi, ambientazioni e persone. Con Mario Garbuglia, scenografo del film che lanciò consacrò la coppia Alberto Sordi e Vittorio Gassman, Monicelli percorre con passo saldo e instancabile Venzone, Gemona, gli isolotti della laguna di Marano, sui quali nel 1984 girò anche Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.

Viene subito da chiedere all’uomo Monicelli come trova questo Friuli.

Vede, ci sono stato più volte in questa terra. Quando abbiamo girato La grande guerra, poi subito dopo il terremoto e alcune altre volte oltre a questi giorni. Effettivamente ho delle cose da dire. Nel ’59 erano paesi ancora poveri, con un passato di miseria da scontare. Ma avevano una loro dignità, forte, decisa. Un carattere ammirevole.

Mi pare che oggi non lei non sia stato colpito dalla stessa impressione

No, è vero. Devo dire che tutto quello che è stato fatto per rimettere in piedi questa regione dopo il terremoto è stato veramente notevole. Venzone è un gioiello, Gemona è interamente ricostruita. Ma quello che percepisco è che la gente si sia ritirata, sia silenziosa.

Quarant’anni fa c’era più allegria?

Non è solo questione di allegria: c’era più vitalità, voglia di fare, di collaborare, di costruire. Una cosa che fino a poco dopo il terremoto è rimasta percepibile in chi frequentava la vostra gente. Oggi sento tanto silenzio, poca vitalità. Forse avete ricostruito troppo bene le case e meno bene le persone.

Queste persone mi pare che però la riconoscano ancora in questi giorni

O certo, mi riconoscono e io riconosco loro: questa esperienza è davvero divertente. Mi piace ritornare qui, litigare con Garbuglia sui luoghi. Proprio oggi, durante i sopralluoghi, abbiamo discusso a lungo su un cortile che per me era quello nel quale, nel film, la prostituta adescava i soldati. È intervenuto anche Carlo Gabarscek ma ognuno è rimasto della sua. E poi le persone: ma sa che ho riconosciuto la persona che fece la comparsa prestando il suo volto al personaggio della spia che veniva fucilata?

A distanza di così tanti anni?

Mi è venuto vicino e gli ho detto: ma tu sei quello che facevi la spia! E lui ci ha portato sui luoghi nei quali abbiamo girato le scene: si ricordava tutto. Ha rifatto completamente la scena, gli era rimasta impressa nella mente in modo indelebile. Ha persino interpretato il momento in cui veniva fucilato senza sbagliare una movenza.

Ma se i luoghi sono quasi gli stessi qualcuno, fra i protagonisti manca.

Si mancano loro, Vittorio e Alberto. E mancano come manca Marcello Mastroianni e tanti altri. È normale che sia così.

Ricordando il cinema del passato che cosa può dire del cinema di oggi?

Ma non sono poi così pessimista. Per prima cosa la gente è tornata nelle sale: cosa che qualche anno fa sembrava impensabile. E la presenza del pubblico è fondamentale per far vivere il cinema. E poi secondo me il cinema italiano sta dimostrando di avere dei numeri da spendere. Soprattutto perché, finalmente ha abbandonato l’individualismo sfrenato.

Cioè si torna a parlare dei problemi della gente.

Ma si, finalmente è finita l’epoca del  ragionare ad ogni costo sui problemi del singolo. Il cinema ha ripreso il suo ruolo sociale, parla del reale, dei problemi del quotidiano facendoli diventare motivo di riflessione comune. Questo è molto importante e ci sono registi che lo stanno facendo bene: come Soldini, Muccino, Calopresti, Virzì, Giordana. Accanto allo loro bravura occorre ricordare che c’è, finalmente, anche una nuova generazione di scrittori per il cinema e per il teatro e questo è il motivo per cui torniamo a vedere film di valore.

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