“Hai provato una mattina a bere nitroglicerina e scoppiare di salute dopo un po’” diceva un vecchio successo dei Gatti di Vicolo Miracoli. E il consiglio è stato evidentemente seguito alla lettera dai Modena City Ramblers che hanno entusiasticamente abbracciato, dopo anni di irish folk, la religione post moderna del impegnato combat folk latinoamericano.
A Festintenda, il giorno dopo la loro esibizione sul palco romano del Primo Maggio, gli MCR, acronimo dell’estenuante appellativo scelto dal polposo gruppo emiliano, hanno suonato davanti ad una folla traboccante e saltereccia.
Un concerto rigorosamente diviso in due parti, delle quali la prima dedicata alla nuova produzione, mentre la seconda, con il discrimine di un lungo e pomposo pezzo propagandistico sulla lotta per i diritti dei popoli oppressi, più legata alla originaria produzione.
Dagli Appennini alle Ande, quindi, con un passaggio piuttosto dettagliato attraverso le sonorità del mondo celtico, o definito tale, nel quale i Modena, ormai parecchi anni fa, hanno mosso i primi passi. Allora, poiché la voce di Stefano Cisco Bellotti, nonché la sua mole, ricorda a volte quella di Guccini, a volte quella di Danilo Sacco dei Nomadi, si può dire che il concerto si sia tutto svolto fra la via Emilia e il west, considerando occidente le terre che vanno oltre Piacenza.
Caricati dalla presenza, il giorno precedente, in Piazza San Giovanni, gli MCR, come si suol dire, ci hanno dato dentro, trasmettendo immediatamente lo stimolo ballereccio ai presenti: e i tanti e tanti assiepati sotto il tendone di Chiasiellis non hanno atteso molto a lasciarsi andare. Vai allora con El Presidente, Ramblers Blues, Ebano, Stelle sul mare. E vai anche con più di qualche citazione dotta, tipo una strofa finale della Locomotiva gucciniana, o qualche ammiccamento a Manu Chao, come la lunga citazione di Mentira.
Bellotti e compagni hanno proposto quasi per intero il nuovo album Viva la vida muera la muerte, non tralasciando ambientazioni più datate, come quelle di Macondo Express, Natale a San Cristobal, Figli dell’officina.
Seconda parte dedicata all’irish folk con il quale, anche se, come più volte dichiarato, all’inizio solo in maniera amichevole, il gruppo emiliano si era confrontato fin dal 1991. Saranno i tempi salterini o i flautini che fanno tanto terza classe del Titanic, ma a quel punto scatta la danza forsennata e tutti si lanciano in girotondi e giravolte al ritmo della musica di San Patrizio. Sonorità che sinceramente si addicono molto a questo gruppo di artigiani dell’arte musicale, capaci di stare sul palco senza esagerare in protagonismo nonostante la consolidata fama.
Unica cosa riuscita a metà, prima di una lunga tornata di bis fra i quali ricordare la proposta dell’inflazionata O bella ciao, la versione primaverile di uno dei pezzi più tragici e taglienti di Maestro De Andrè, ovvero quel Testamento di Tito che, ma è parer nostro, non andrebbe confuso con le facilonerie dello spagnolo francesizzato ex leader della Mano Negra.
