Altezze funamboliche per Moby

mobyMoby: ramo individualista, ad altezza tutta sua, nel grande albero genealogico della musica: il concerto di apertura del Noborders music festival 2003 è stata la piena conferma di questa ipotesi. Uno spettacolo denso, energico, sicuramente illuminante sull’arte di questo schivo newyorkese salutista, che obbliga i suoi tecnici a fumare a non meno di cinquanta metri dal palco.

Sulla scena, l’esile statunitense che millanta nobili radici (il suo nomignolo gli arriva dritto dritto da nonno Hermann, si, proprio quello di Moby Dick!) è il classico antipersonaggio. Vestito sciatto (ci dica in quale discount acquista in stock le sue polo), assolutamente lontano dalla consuetudine alla palestra tutta statunitense, gentile con il suo pubblico che ringrazia in continuazione con ossequio, sempre pronto a presentare i suoi brani con la formula: “la prossima è una stupida canzone che parla di questo o di quello…”

A chi si aspettava un concerto fotocopia del cd – tante sono lo voci che girano sulla perizia musicale del buon Richard Melville Hall – l’artista newyorkese ha proposto una energica e rivitalizzante rielaborazione dei suoi brani, ispirata alla piega hard core e drum’n bass che sta prendendo la sua produzione.

E sono rimasti delusi anche quelli che pensavano, visto il brano introduttivo che ripescava il tema di 18, di ascoltare un concerto tutto dedicato all’ultima produzione di Moby: l’esibizione ha invece percorso tutta la produzione del musicista statunitense, non tralasciando coinvolgenti sconfinamenti con le citazioni di Led Zeppelin, Living Colours e altri intoccabili del rock.

Natural blues, Go e Signs of love sono stati i brani di apertura, eseguiti all’imbrunire, ad introdurre una coreografia di luci che è stata il vero spettacolo nello spettacolo.

I tanti spettatori accorsi sulla piazza di Tarvisio sono stati investiti da una potenza di suoni e luci spiazzante e coinvolgente, di qualità comunque sempre elevatissima. Nonostante le peripezie ritmiche dell’eccezionale batterista italiano, il talentuosissimo Luigi Frasetta, che ha gioiosamente duellato con un grande dj sul palco e una sventola di bassista, tale Svetlana bulgara di Sofia, il suono è sempre stato pulitissimo. Merito di una regia tecnica capace di fare miracoli e di permettersi anche di irrompere sul palco per rubare un “solo” di tastiera al fintamente interdetto Moby, evidentemente complice del siparietto.

Insomma maestria sonora, energia ritmica e belle canzoni: In my heart, Porcelain, Bodyrock, Honey, l’attesissima We are all made of stars, l’unico brano del concerto un po’ buttato là forse anche a causa della sua eccessiva esposizione al successo. Per continuare con una versione acustica di In this world che ha confermato la qualità degli inestimabili polmoni di WWWWW: una voce valorizzata più dal vivo che in studio. Chiusura con citazione a sottolineare che nella musica nulla si crea o si distrugge ma tutto si parla. Per una volta, per fortuna, non addosso.

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