Marco Iob e la cooperazione

Lo sguardo sull’altro, l’attenzione, l’apertura. Ma anche e soprattutto l’azione, meglio se ancora la collaborazione, per fare del rapporto con l’altro qualcosa di costruttivo.

Ecco ciò che spinge Marco Iob, gemonese poco più che quarantenne, direttore di un ente di Formazione professionale specializzato nell’agricoltura, ad occuparsi di rapporti tra il nord e il sud del mondo. Laureato in agraria, presidente del Cevi, il Centro di Volontariato Internazionale per la Cooperazione allo sviluppo, presta la sua opera per contribuire all’avvicinamento dei due poli del globo.

Dottor Iob, era il 1992 quando per la prima volta ha messo piede in Brasile.

Sì, come volontario internazionale sono rimasto in Brasile per tre anni nello stato del Minas Gerais, gestendo un progetto di sviluppo agricolo che, da una parte, offriva alle comunità rurali il supporto tecnico per il miglioramento delle tecniche di coltivazione. Dall’altro si occupava della difesa dei diritti dei lavoratori e del supporto del sindacato dei lavoratori rurali.

Interveniva direttamente sulla realtà locale quindi.

Con i coltivatori abbiamo realizzato delle “terre comunitarie”, cioè territori nei quali la terra veniva coltivata dalla comunità, sperimentando tecniche compatibili con le conoscenze e le tradizioni delle popolazioni native e con l’ambiente.

Cosa che mi pare oggi continui in modo ancor più concreto

Oggi i coltivatori del Minas Gerais si sono specializzati: è impensabile, infatti, competere con le aziende dei grandi produttori terrieri. Producono miele, frutta secca, zucchero: prodotti per i quali si è disposti a pagare qualcosa di più, conoscendone la qualità della produzione.

Anche i piccoli coltivatori del Minas Gerais possono arrivare al mercato vendendo in modo dignitoso i loro prodotti.

I prezzi dei mercati delle città brasiliane sono uguali a quelli internazionali. Un piccolo coltivatore, senza sussidi, non riuscirebbe sopravvivere. Imparando a specializzarsi può ambire a quel plus valore che gli permette di mangiare e di migliorare.

Il ruolo  del Cevi oggi qual è?

Siamo occupati su più fronti, in Africa e in America del Sud.

Per esempio, in Brasile con il sindacato dei coltivatori del Minas Gerais e con il DED, un’organizzazione di volontariato tedesca, abbiamo fondato un centro per l’agricoltura sostenibile che supporta gli agricoltori e le loro organizzazioni nel reperimento di forme di agricoltura e attività di trasformazione e commercializzazione adatte alla loro realtà.

Ciò significa che l’apporto dei coltivatori locali è  determinante.

La nostra è sempre una gestione collaborativa e partecipata. Sono i coltivatori locali a definire le priorità. Noi ci occupiamo della sensibilizzazione sia nel sud che al nord del mondo.

Ecco, appunto, il vostro lavoro di sensibilizzazione racchiude anche la vostra filosofia.

Il rapporto tra nord e sud è per noi un rapporto di partenariato nel quale si affronta insieme un percorso con pari dignità. Si realizzano insieme le attività e ci si confronta sui risultati con l’obiettivo della ricerca di uno sviluppo equo e sostenibile. Occorre far evolvere la voglia di fare qualcosa passando dalla filantropia al perseguimento di un obiettivo che ci riguarda tutti, come nel caso dell’acqua.

Un’azione che vi vede molto impegnati.

Ci coinvolge al nord e al sud. In Friuli lavoriamo sulla sensibilizzazione in oltre 80 scuole. Nel sud del mondo, in collegamento con realtà locali, svolgiamo attività di sensibilizzazione e azioni concrete di protezione delle sorgenti, rimboschimenti, costruzioni di serbatoi a uso familiare o comunitario.

Il tutto con un’idea precisa

L’accesso all’acqua è un diritto. Occorre diffondere un suo uso sempre più partecipato, evitando di pensare all’acqua come ad un bene economico. Perché questo instaura delle relazioni che diventano necessariamente conflittuali e quindi sbilanciate a favore di chi ha maggiore potere economico.

Concetti che hanno contribuito ad ispirare la “Carta dell’acqua” adottata dalla Regione Friuli Venezia Giulia.

Il progetto della Regione è valido e ambizioso. Occorre adesso avviare delle pratiche che adottino in pieno le enunciazioni fatte. Altrimenti anche la migliore dichiarazione rimane lettera morta.

Malia Benson al No Borders

Serata all’insegna della buona musica ieri sera a Tarvisio, dove un pubblico entusiasta ha accolto una piccola, nuova e incontestabile regina della black music contemporanea: Malia cantante originaria del Malati maturata fra gli autobus a due piani e il grigiore sonoro londinese.

Principe della serata avrebbe dovuto essere l’atteso, e amatissimo dal pubblico di Noborders, George Benson ma la voce fragile e felina di Malia ha subito conquistato il pubblico con un grande soul in apertura di concerto, I miss You, un brano che non è contenuto in Yellow Daffodils, album d’esordio della giovane cantante afro-londinese. E subito dopo Malia ha infilato una Solitude dall’esecuzione leggera, quasi cantautorale, ma di grande spessore sonoro, tanto da cancellare con un soffio le polemiche sul campionamento della voce di the voice Billie Holliday.

Lo scricciolo africano sfodera una sensualità vocale inestimabile: se la lasciano crescere potrebbe veramente dare dei frutti di grande valore. Risultati che un brano come Yellow Daffodails gli dà già la possibilità di farci pregustare, mentre con i toni bassi della sua vocalità ci apre le porte dello spirito.

Malia trasmette simpatia, si muove come una ragazzina e canta come una donna fatta, accenna passi di danza tipicamente africani e sensuali movenze metropolitane, ci trafigge con i suoi cavalli di battaglia letteralmente finendoci con un una versione inaspettata e clamorosa di Moon River.

Occorre dire che i protagonisti della serata devono essere dei musicisti veramente esigenti: hanno preteso un mixer a testa e un assetto di scena personalizzato, tanto che il pubblico ha atteso una buona mezz’ora tra un concerto e l’altro.

Secondo set della serata comunque dedicato ad onorare il re della flessibilità George Benson, parecchi lustri di vita alle spalle e altrettanti cambi di genere musicale che l’hanno portato dall’hard bop dei primi anni al r&b pop di oggi.

E questo ormai consolidato amore musicale di mister Benson ha ispirato il concerto di Tarvisio, terza data del tour italiano del chitarrista, accolto come una vera e propria divinità mitologica dal tanto pubblico materializzatosi sotto il tendone allestito da Nobordes.

Un pubblico che ha tributato un’accoglienza calorissima anche ai componenti della collaudata band che ha supportato gli arzigogoli chitarreschi dell’intramontabile Giorgione il quale sfodera ancora una voce dalle qualità inalterate, sia quando “soleggia” a lungo, si diverte a duettare con il pubblico su di un improvvisato be bop canoro o sfida gioiosamente Estaire Godinez, sua splendida percussionista e vocalist.

Benson è padrone incontrastato del palco e risponde con tutta l’arte possibile all’abbraccio del pubblico che si accalca sotto il palco e ai bordi del tendone, e che conosce a memoria testi e ritornelli delle sue canzoni. Insomma, se ritorno doveva essere, si può davvero dire che Mister Benson è uomo di parola.

Questa sera altra serata all’insegna del soul con una reunion fantasmagorica: The Earth Wind & Fire Experience con Al Mckay ospite d’onore.

Love: immutati dopo decenni

Grande attenzione all’effetto basetta incontrollata venerdì sera al Velvet di Aviano, per una serata all’insegna delle grandi celebrazioni. Arthur Lee, nume tutelare di una certa psicadelia che ha imperversato lungo gli anni ’60 e ’70, si è ripresentato sul palco con i suoi Love, calorosamente accolto da un pubblico trasversale.

Dai giovanissimi con occhialino tondo, improbabile camicia stordente alla vista, al normalissimo popolo dei concerti per arrivare al professionista in età matura con giubbino di renna e tanta voglia di risentirsi di nuovo a casa.

Ancora una volta il rock club della pedemontana pordenonese coglie nel segno esaudendo i desideri dei suoi affezionati frequentatori.

Nella lunga tournèe tra Stati Uniti ed Europa, Arthur Lee sale sul palco con una band d’eccezione: David “Daddyo” Green alla batteria, Dave Chapple al basso, Rusty Squeezebox alla chitarra ritmica e il grande Mike “Baby-Bath” Randle, mellifluo viaggiatore solista di manici chitarristici. Una band questa che accompagna Lee ormai da tempo, prendendosi anche spazi solistici, come appunto ha recentemente fatto Mike Rande con il suo riuscito cd Barstool Blues.

Tornando al Velvet, comunque, occorre dire che il signor Lee porta splendidamente i suoi tanti anni e il sicuro peso di centinaia di concerti: sale sul palco con gli ormai immancabili occhialini neri, bandana d’ordinanza sulla quale troneggia una specie di cilindro.

Il feeling con il pubblico è palpabile fin dall’inizio: un botta e risposta che continua per tutta l’esibizione con l’evidenziazione dei brani più conosciuti già dalle loro prime note. E Lee si diverte un sacco a cantare, anche perché la voce regge ancora bene ed è uno spettacolo sentirlo passare dai toni suadenti, alla ruggine blues, per poi riscaldarsi col soul.

Insomma il tempo non sembra essersi fermato da quel 1966 (… beh! Insomma fan trentottoanni: una vita) che vide l’apparizione del primo album intitolato semplicemente Love, proprio come il gruppo che lo proponeva.

E, da quel mitico reperto degli anni che furono, Lee ha proposto le invariabili My little red book e Can’t explain. Rinnovate forse nella forza esecutiva, ma poeticamente identiche all’originale.

Dopo tutto avendo accanto sul palco musicisti del calibro di Randle è facile non scivolare nel patetico: le “schitarrate” del buon Mike imprimono una forza esplosiva ai brani. Forza assecondata dagli altri componenti della band e accolta con sorrisi di compiacimento da parte di Arthur l’immortale.

Old man, brano tolto da Forever Changes del 1969 è stata forse l’apoteosi dal punto di vista esecutivo: sia per gli arrangiamenti, che per la voce del primo produttore di Jimi Hendrix, suo pari per quanto riguarda genio e sregolatezza.

Alla fine, un solo bis, e l’assalto incondizionato dei fans ai camerini, davanti ai quali hanno stazionato a lungo decisi a non andarsene senza prima essere riusciti a farsi firmare un qualsiasi cimelio d’epoca immancabilmente originale: copertine di dischi, magliette e persino una chitarra classe ’60 o giù di lì fra gli oggetti più gettonati.

Living Colour, metallo a colori

2359_fullViaggio alla ricerca delle fondamenta metalliche della musica quello che, venerdì sera, lo 041 di Marghera ha proposto ai tanti appassionati della chitarra pesante. Sul palco il gruppo simbolo del metal non convenzionale, a partire dal colore della pelle dei suoi componenti, i nerissimi afromericani Living Color, impegnati in un lungo tour mondiale.

Questo gruppo ha segnato, già al suo apparire a metà degli anni Ottanta, un’alternativa impegnata nel panorama dello scuotimento percussivo e distorto del metal. Sia per i contenuti dei testi, più politicizzati e in linea con l’ambiente emarginato nel quale venivano concepiti, sia per le soluzioni ritmiche e melodiche più creative e mai banali, che hanno da sempre caratterizzato il sound Living.

La novità del momento è che, dopo alcuni anni di silenzio e lontananza Corey Glover, voce del gruppo, e compagnia hanno rimesso in movimento la loro voglia di suonare e produrre musica insieme. Con il risultato, appunto, di un tour che è specchio della carriera del gruppo, senza privilegiare alcune parti a scapito di altre, per quanto riguarda la proposta musicale. Scelta felice questa, anche perché i brani che convincono meno sono proprio i più recenti. Fra questi In your name, A ? of when,  Operation: mind c. Mentre con Flying si sconfina addirittura in un soul funky piuttosto inusuale da sentir arrivare dai palchi animati da Glover, Reid e Wimbish.

La parte iniziale del concerto, forse per il repertorio, quello nuovo appunto, è stata un po’ in salta, e i nostri beniamini sono sembrati un po’ imbolsiti. A risvegliare loro e il pubblico l’esecuzione dei grandi successi dei Living Colour: Leave it alone, un’infinita e indimenticabile versione di BI, This little pig, e una forse non riuscitissima ma sempre incisiva Go away.

Momento topico della serata è stata l’esibizione solistica, quasi un concerto nel concerto, di Doug Wimbish strumentista che definire un bassista è piuttosto riduttivo. In una versione di almeno quindici minuti di Terror ha a dir poco stupito e trascinato la platea proponendo con il suo basso cose inenarrabili. Con l’ausilio di una pedaliera lunga come la scalinata imperiale della Reggia di Caserta ha fatto, da solo, basso chitarra, percussioni, sintetizzatore e rumori vari. Non dimenticandosi di cantare, anche improvvisando, e di intrattenere il pubblico. A dargli man forte per la seconda parte dell’esibizione, la chitarra di Vernon Reid e la sua versione di 7 NTN army. Il tutto con un finale gridato all’insegna dell’abiura della violenza e della richiesta di pace e amore per tutti.

Con Corey Glover di nuovo sul palco c’è stato un altro momento di lunga parentesi sonora, questa volta dedicato ad una specie di metal reggae nel quale i Living si sono lanciati nella loro personale versione di Isrealites.

Concerto a livelli cosmici, quindi, e finalmente anche l’altero Corey, su Times up e su Love Rears proposto come ultimo bis, si lanciava all’assalto del pubblico scavalcando casse e security, circondato da un alone sonoro che era vera e propria valanga.

Laibach senza convinzione

laibach1“Attenzione! Laibach, lo spettro che dal 1980 si aggira per l’Europa è tornato per interrogarsi ancora”. Così si apre, sul loro sito internet, la presentazione del nuovo lavoro della band slovena. Quindi, un nuovo cd, intitolato Wat e pubblicato dalla Mute di Londra,  per la società unica a nome collettivo che porta in giro da oltre vent’anni il nome con il quale i nazisti occupanti la Slovenia chiamavano Ljubljana.

Impegnati in un lunghissimo tour europeo i Laibach hanno scelto solo due località per presentare in Italia la loro nuova produzione: Roma e Marcon, in comune di Venezia dove li ha accolti il Magic Bus, locale abituato a proporre appuntamenti di qualità.

Un fulmineo sguardo al palco prima del concerto ha messo, però, in rilievo la grande contraddizione della proposta del gruppo sloveno: la necessità, poiché il loro è più un evento teatrale che un concerto, di esibirsi in un luogo degnamente evocativo. E, senza nulla togliere all’ottima acustica del Magic Bus e al suo originale allestimento, i grandi stendardi nero crociati dei Laibach stridevano non poco con l’ambientazione del locale calata nelle suggestioni scenografiche del Mars Attack di Tim Burton.

Stridore ancora più evidente quando il gruppo si è presentato sul palco con una divisa ispirata a quella delle truppe d’occupazione tedesche, con il cantante (il suo nome, come quello degli altri musicisti è sconosciuto: quando parlano, anche nelle interviste, Laibach usano sempre la terza persona plurale) che, come ai tempi di Rekapitulacija, ha rivestito i vecchi panni dell’iconografia realfasciosocialista a loro tanto cara.

Così l’ingresso di due splendide tamburine, con tanto di fez in testa bardato di teschio con tibie incrociate stivaloni neri e pantaloni alla zuava, invece di amplificare il senso della spettralità e la contraddittoria spinta alla riflessione, ha confermato la sensazione di operetta d’avanspettacolo che il tutto aveva preso.

Insomma più che di uno spettro che gira per l’Europa i Laibach, visti così, sono diventati lo spettro di sé stessi. Ed è un vero peccato perché, nonostante la difficile digeribilità della loro presentazione che obbliga a riflessioni piuttosto accese, nella loro storia musicale avevano proposto un nuovo genere decisamente coinvolgente. Un sound tecno che, affiancato da una teatralità estrema, trasformava in colata lavica, anche la più melodiosa canzone dei Beatles.

Il sound dei Laibach c’è ancora anche nel recente Wat, presentato per intero, nel concerto veneziano, con momenti di eccellenza come in Ende, Achtung!, B Mashina e nei loro Satanic Versus. Il gruppo, fermo restando l’utilizzo costante delle basi, adesso si è dotato di validi musicisti che suonano e con grande tiro. Però, dopo averli amati per aver aperto una libera ambasciata delle arti a Sarajevo ben prima dell’arrivo dell’Onu, e dopo averli sentiti dire, a Slovenia indipendente, “il nostro compito è finito”, sentirli suonare Tanz Mit Laibach, con frivolo spirito anarconichilista ha messo, personalmente, un po’ di tristezza.

Come canta La Squadra

Una serata dedicata al confronto fra la vocalità delle montagne orientali del Friuli e quella che nasce dai panorami portuali liguri: ecco la ricetta che Folk Club, nell’ambito della  rassegna Quante Voci!, ha proposto ai suoi fedeli frequentatori.

Nella storica trattoria Madelsa di Buttrio, sabato sera, fra i tavoli imbanditi sui quali, coerentemente, si sono avvicendati piatti friulani e liguri, si sono presentati i Nediski Puobi, “I ragazzi del Natisone”, unico gruppo virile spontaneo che, in sloveno, friulano e italiano, propone il canto tradizionale delle valli all’ombra del Matajur. Il contro canto ai gioviali “giovanotti” dell’est friulano, che hanno fatto divertire il pubblico con un repertorio simpaticamente costruito attorno alla narrazione di una tradizione multiculturale, sono stati la Squadra, gruppo corale arrivato direttamente dal porto di Genova.

Dei Nediski Puobi, splendidi nella loro divisa simil-montanara, occorre citare la naturale capacità di sviluppare polifonie complesse, sempre frutto dell’intuizione, che emozionano nel loro istantaneo riuscire. La naturalezza del canto è, per i Ragazzi, figlia delle loro montagne e delle loro valli e, nelle note dei loro arrangiamenti, riecheggia una vera e propria filosofia di vita.

La fiera ritrosia per le trascrizioni notali, per le elaborazioni e per le manipolazioni culturali vantati dal Nediski Puobi, li trasforma in protagonisti insostituibili di un modo di essere la propria voce purtroppo sempre più difficile da trovare.

E che la voce, il canto, siano espressione di un’identità etnica e sociologica, è stato ancora meglio dimostrato dall’esibizione della Squadra: otto corpulenti scaricatori genovesi, che sul loro immacolato gilè “fumodilondra” hanno costruito l’immagine di una grande preparazione vocale che li ha fatti conoscere in tutto il mondo. Le squadre sono un fenomeno tipico del porto di Genova, dove i lavoratori si organizzano in gruppi (le squadre, appunto) per lanciarsi delle sfide al miglior canto.
Questa vocalità porta dentro sé la storia di un’umanità umiliata e offesa che dal maggiore porto italiano è partita per decenni alla ricerca della fortuna, lasciandosi dietro l’unico patrimonio trasportabile: il canto. Il trallallero, così si chiama lo stile vocale delle Squadre, si organizza attorno al canto del tenore, al falsetto, alla chitarra (imitata però con la voce) al baritono e ai bassi.

Il senso di fratellanza della Squadra è sancito dal cerchio che i cantori formano abbracciandosi, voltando la schiena al mondo e costruendo un legame dal quale si sprigiona un canto denso di melodia, a volte preso dalla tradizione, a volte dalla lirica, venendo ricoperto dai bassi virili.

Concerto nel concerto l’esibizione di Stefano Valla (legittimo erede del mito dei suonatori di piffero, Giacomo Sala, al quale è anche stata dedicata una canzone) e di Daniel Scurami alla fisarmonica, che hanno proposto, in un breve repertorio, anche l’inno rivoluzionario delle vallate liguri: la storica Ballata del disertore.

La ballata di Franz

Il ventre prominente, il corpo grossolano, l’andatura caracollante di Franz Biberkopf rappresentano il teorema di una condizione umana nella quale miseria morale e fato si stringono la mano a santificare un inguaribile nichilismo. Un gorgo nel quale scendere muti, nel quale anche l’autore si fa trascinare coronando così l’estenuante ma coinvolgente collezione di pagine che compone l’epopea del romanzo Berlin AlexanderPlatz di Alfred Döblin.

A questo testo fondamentale del primo Novecento europeo, Franco Brambilla si è ispirato per creare una pièce, La ballata di Franz presentata lunedì sera nell’ambito del Mittelfest nel Teatro Ristori di Cividale, nella quale, anche se con un minutaggio che alla fine corroborava il senso di claustrofobia tipico del romanzo, è riuscito a contenere le oltre 500 pagine dell’autore tedesco.

Operazione non facile quella di costringere le lunghe disavventure, il lungo viaggio verso il centro di una terra maledetta, che il protagonista del romanzo, Franz Biberkopf appunto, compie in una Berlino sotterranea e malfamata.

Le coloriture angoscianti, le tinte fosche delle ambientazioni che il medico e psichiatra Alfred Döblin, appassionato studioso di Schopenauer e Nietzsche ha saputo dare al suo romanzo, si sono trasformate sulla scena in una scenografia scarna e modulare, ferro e graffiti, freddezza e indifferente anonimia.

Poiché di ballata si parla nel titolo, è chiaro che tutto il lavoro prodotto dalla Corte Ospitale è debitrice delle ambientazioni sonore di Alfredo Lacosegliaz, a partire dalle canzoni un po’ Kurt Weill un po’ cantata contemporanea, che introducono e tirano le fila di senso di ogni capitolo.

Le musiche di Lacosegliaz si integrano perfettamente a volte, come nella lunga e riuscita sequenza iniziale, con l’azione scenica. Altre volte, ma forse è una scelta voluta, indugiano su sonorità talmente sintetiche da diventare irritanti, contribuendo a trasferire un notevole senso di disagio allo spettatore già inglobato nella poco felice storia di Franz.

A questo proposito, come già detto, è interessante il lavoro di Brambilla sul testo: trova lo spazio per dipingere la psicologia dei singoli personaggi e per raccontarne le lunghe disavventure, attraverso artifizi narrativi che affidano più ruoli agli stessi attori. Si rischia a volte la confusinoe proprio per questa molteplicità di ruoli, per questo scambio continuo delle parti, e per l’assenza, a parte un manichino intabarrato seduto di schiena al pubblico che a volte compare, del personaggio principale. Il profilo del protagonista dello spettacolo, Franz Biberkopf, è disegnato dalle azioni e dal racconto degli altri personaggi, che costruiscono un’assenza molto presente sulla scena. Ne risulta una circolarità autoreferenziale, un continuo ritornare all’origine, uno sbattere i denti contro il reale che trasmette poca gioia di vivere e un ambiente plumbeo e nichilista.

Il tutto diventa parabola di un vivere quotidiano senza regole e senza certezze assolutamente applicabile ai tempi moderni. Per questo sono pienamente riuscite le scene e i costumi di Andrea Stanisci, dove la ferrosa componibilità delle scene rappresenta un mondo malato di ebete serialità senz’anima che fa rassomigliare ogni luogo al suo doppio, mentre i costumi portano lo spettatore a cogliere il ponte tra il passato scritto del romanzo e il testo parlato della sua rappresentazione. In un contesto che rimane comunque pensantemente buio, ossessivamente fangoso, nonostante la pulizia degli elementi, rispettando a pieno le ambientazioni dell’autore originario del romanzo. Indelebile nella memoria dello spettatore la scena ambientata dentro il macello di Berlino, che raggiunge, a tratti, una visionarietà epica.

Unica nota di luce il disvelamento della presenza di due angeli, Terach e Saruch, che, per quasi tutto il peregrinare nella mala sorte dell’assente protagonista, accompagnano Franz Biberkopf verso una fine annunciata, dalla quale, comunque, i canoni del libero arbitrio non possono salvare.

Kronos Quartet a Monfalcone

kronos-25Il celebre quartetto d’archi Kronos Quartet in passato ci aveva abituati a leggere il tempo nel modo più consono alla modernità: per primi avevano fatto in modo che anche il grande pubblico potesse addentrarsi nella musica colta, sperimentando emozioni che hanno bisogno di concentrazione e grande preparazione per essere vissute.

I Kronos sono tornati in concerto, dopo undici anni, nel Teatro Comunale di Monfalcone, ospiti d’avanguardia della rassegna musicale del teatro isontino.

E c’era attesa per questo ritorno, perché i loro oltre trent’anni di ricerca hanno lasciato il segno sul timpano e sul cuore di molti.

Formazione rinnovata per la violoncellista, con Jennifer Culp al posto della eterea ma incisiva Joan Jeanrenaud, mentre gli altri componenti sono rimasti gli storici fondatori: David Harrington al violino, John Sherba al secondo violino e Hank Dutt alla viola.

I percorsi sonori ai quali ci hanno abituati i Kronos prevedono un tuffo nella rivisitazione del commerciale e poi delle lunghe esplorazioni nella musica contemporanea. E così è stato anche per il concerto monfalconese percorrendo le musiche dei Sigur Ròs, diafano gruppo islandese che racconta di panorami casalinghi con atmosfere rarefatte. Poi l’incatalogabile jazz di Charlie Mingus, per scendere in seguito fra i compositori contemporanei con Osvaldo Golijov, Gètatchèw Mèkurja, e Felipe Pèrez Santiago. Tutto questo per la prima parte, mentre la seconda tranche di concerto è stata riempita dalle sonorità del compositore russo Alfred Schnittke e dall’immancabile fraterno amico dei Kronos, Steve Reich.

Un panorama vasto e vario come si può vedere, ma che ha convinto solo in parte il pubblico di Monfalcone, dividendo la platea in infervorati entusiasti e tiepidi scettici.

Il grande utilizzo del glissato e di un’effettistica elettronica portata all’estremo ha forse dato maggiore spessore a Flugufrelsarinn dei Sigur Ròs, così come ha determinato la riuscita di Camposanto del compositore sudamericano Santiago, nella quale il gioco delle parti era sostenuto da una riscrittura di citazioni classiche immerse in una serie di deviazioni di carattere contemporaneo.

Sinceramente poco coinvolgenti gli arrangiamenti di Mingus, e di Golijov, nei quali addirittura parti della scrittura erano talmente troppo simili da non far distinguere l’atmosfera del primo brano dal secondo. In tutto questo il violoncello di Jennifer Culp non riesce ad avere il fascino, la vellutata decisione e la maestria che caratterizzavano lo strumento della Jeanrenaud.

La sensazione di incompiutezza l’ha trasmessa anche il brano del compositore etiope Mèkurya, nel quale non si è capito bene se ad essere troppo semplice fosse la scrittura originaria o l’ambientazione che all’arrangiamento è stata data.

Seconda parte dedicata al Quartetto n. 3 di Schnittke, nel quale traspariva una coralità classica densa di inserti novecenteschi, mentre per il Triple Quartet di Reich i Kronos hanno dialogato a lungo con le basi preregistrate proponendo finalmente il suono che li contraddistingue.

Kocani, quelli veri (?)

La prima cosa che salta agli occhi entrando nell’ex Gil di Mortegliano martedì sera, per un ultimo di carnevale insolito, è la locandina del gruppo che suona: il re dei balcani, Naat Veliov, con gli originali Kocani Orkestar. Che Naat Veliov sia il principe indiscusso delle cornette balcaniche, devoto ai tempi dispari e al blues, è indiscutibile. E martedì sera ha dato piena conferma del vezzo un po’ esibizionista, ma veritiero, del titolo che si è autoattribuito. Che poi i suoi siano, come anche recita la scritta sul fiammante pulmino targato MK che li scorrazza per l’Europa, i veri Kocani, è un teorema del quale non è facile venire a capo.

S’insinua il dubbio che di Kocani in giro per i palchi del Vecchio Continente ce ne siano a bizzeffe, e tutti pronti a rubarsi applausi e fama. In effetti i cappelli e le camicie schierate sul palco cementifero del Centro Civico sono completamente diversi da quelli visti altre volte. La composizione degli strumenti è diversa, anche se la disposizione sul palco è la stessa. Percussioni a destra e trombe a sinistra, con un possente Basso Tuba a dominare la posizione centrale. Quindi sono loro o non sono loro? Sinceramente dalle prime note in poi – quasi due ore di concerto senza l’alternativa di un po’ respiro, presentando solo un brano (una divina di Alturas degli Inti Illimani lanciata anonimamente come un gipsy mambo)- la risposta che sorge spontanea è: ma chi se ne importa. Il concetto espresso dal maestro Naat Veliov, dal fratello Orhan Veliov, dal loro imponente padre Hikmet, da Dalkran Asmetov, Elsan Ismailov, Redzaim Jusenov e da Ali Memedovski (almeno uno che non finisca in –ov!) è che la loro non è solo un’identità musicale ma una filosofia di vita.

Fare la lista dei brani suonati durante il concerto è sicuramente problematico: sul taccuino si sono allineati tredici brani compresi i bis. Ma sono riferimenti poco credibili: perché ogni singola canzone finiva e ricominciava altre tre volte, inframezzandosi ad un’improvvisazione che poi diventava citazione di un altro brano, che poi riconfluiva di nuovo nel primo. Insomma un unico percorso sonoro senza soluzione di continuità nel quale spicca Orient Ex-Ju, una discreta e malinconica Ederlezi e, appunto, Alturas. Il resto è Kocani: ovvero tutto quanto fa balcanico, terzinato, in levare e, soprattutto, in tempo dispari.

Forse è un caso, ma Naat e compari usano i tempi dispari per far ballare il pubblico e i tempi pari per immalinconirli. Altra faccia, questa, della loro intensa e sfuggevole filosofia di vita. Che si completa con il “ladrocinio” della musica “degli altri” per trasformarla nella loro. Il fenomeno Kocani è una risposta, efficace, al livellamento triturante imposto dalla globalizzazione. Una risposta positiva che prende la musica del mondo, la frulla, la rende dispari e stimolante, per restituirla con nuova identità ballabile. A questo proposito, fra i presenti, qualcuno ha giurato di aver riconosciuto un refrain battistiano, trasformato in sette/ottavi sfrenato: ed era proprio la morte sua.

L’infinto suono della Kocani

Per una volta occorre iniziare il racconto dalla fine, da quando la banda ha fatto finta di finire il suo concerto ed è scesa dal palco, sostandovi sotto solo un attimo. Il tempo di prendere la rincorsa e gettarsi a capofitto verso la spiaggia, novelli pifferai magici che si sono portati dietro una fitta schiera di uomini e donne assatanati di tempi dispari e cromatismi sonori.

Oppure occorrerebbe iniziare la storia del concerto della Kočani Orkestar dal momento in cui l’Assessore alle politiche giovanili della Provincia di Gorizia Silvano Buttignon, ha “girato” al gruppo macedone la medaglia d’argento che il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha concesso, per meriti artistici, a Onde Mediterranee.

Certo, perché di meriti artistici la Kočani ne ha tanti. Per il primo il fatto di essere l’unico fenomeno culturale tradizionale al mondo che, venuto a contatto con una cultura dominante, ha saputo, all’opposto di quanto normalmente accade, colonizzarla contaminando il mondo occidentale. Così, se oggi un po’ di balcani albergano in ognuno di noi, è giusto riconoscerne il merito anche a questo gruppo musicale, alla sua coerenza, al suo sapersi riconoscere come figlio di una tradizione che, adesso che tutti la vogliono imitare, si fa solo un po’ meno ostica, ma mantiene inalterati i suoi tratti somatici.

Ciò che rattrista è che per sgrezzare un po’ le orecchie intorpidite dal clavicembalo ben temperato di noi continentali c’è voluta una lurida guerra e la sua denuncia, accorata e terribile, fatta da Emir Kusturica.

Insomma di questo favoloso gruppo di eccezionali e spericolati musicisti c’è, per assurdo, poco da raccontare. Occorre forse dire che chiunque voglia sentire cosa può realmente fare una tromba, una fisarmonica, un clarinetto, un sax, deve solo sedersi davanti al palco e ascoltare la Kočani?

Oppure occorre affermare che questi musicisti sono eccezionali nel proporre la tradizione e il contrario di essa, nel sapersi prendere in giro e prendere in giro il pubblico che prende per oro colato un pezzo demenziale come Red Bul?

Nella terza serata di Onde Mediterranee a Marina Julia i maestri del balcanismo si sono divertiti più del loro pubblico su quello stesso palco che nelle sere precedenti era davvero sembrato inadeguato ad ospitare una qualsiasi forma di espressione artistica, vista la contiguità maleducata di spine di birra, friggitrici e piastre che scottavano svogliatamente homelettes per tutta la sera.

Hanno spaziato, girovagando come vispe terese, dentro il repertorio tradizionale e i brani resi ormai famosi dalle pellicole di zio Emir: un’ovazione ripetuta alle prime note di Mesecina, di Ederlezi, di Čaj Šukarje, di Siki siki Baba. E anche di Kalashnikov suonata sulla spiaggia con la gente che li stringeva in un abbraccio interminabile. Lo stesso che dieci anni fa, quando Vukovar assomigliava più ad una fetta di Emmental che ad una città di gente civile per esempio, non avrebbe nemmeno saputo a chi dare (anche se la Kočani già c’era).